Il Viaggio della Fiamma tra valori olimpici e spirito sportivo
Raccontare in prima persona il Viaggio della Fiamma per Milano Cortina 2026 significa ripercorrere un momento che ha avuto un forte rilievo personale. Il tratto che ho percorso, 230 metri nel cuore della città di Gubbio, ha rappresentato un passaggio significativo all’interno della quinta tappa, destinata a concludersi in Toscana, a Siena.
Da Gubbio a Siena, la Fiamma Olimpica percorre l'Italia per arrivare a Milano Cortina 2026
A Gubbio, città scelta per aprire la quinta tappa con arrivo a Siena, la giornata è iniziata presto, come quando si parte all’alba per una trasferta in campo difficile. La vestizione, il numero assegnato, le indicazioni operative: tutto ricordava la routine di una squadra prima del calcio d’inizio, solo che questa volta la “maglia” era la divisa da tedofora e la partita era il mio tratto di strada con la torcia.
In quel contesto ho ritrovato le stesse regole non scritte del calcio: rispetto dei ruoli, tempi da rispettare, responsabilità individuale dentro un disegno più ampio che attraversa secoli di storia. I miei 230 metri erano una frazione minima del percorso totale, ma come il movimento di un centrocampista che corre senza palla, sapevo che quel momento aveva senso perché si inseriva in una manovra collettiva fatta di persone con storie e vissuti diversi, provenienti da ogni parte del nostro stivale, e 'prestati' anche a città diverse da quelle di appartenenza.
Il pubblico di Gubbio e il valore della comunità
La cosa che mi ha colpita di più è stata la risposta della città. Nonostante l’orario molto presto, le strade di Gubbio erano già piene di persone affacciate, famiglie, anziani, scolaresche intere che hanno vissuto un ingresso in aula diverso e storico. In quegli sguardi ho rivisto il motivo per cui lo sport riesce a tenere insieme generazioni diverse: la voglia di esserci, di riconoscersi in un simbolo comune, sia esso una maglia, uno stemma o una fiamma millenaria partita da Olimpia e che attraversa il centro storico.
Tra i venti tedofori selezionati per la tappa erano presenti anche due atlete olimpiche, Elena Vallortigara e Irene Siragusa con la quale ho effettuato il "Bacio della Fiamma" che ha dato il via alla mia frazione. Condividerne il percorso ha evidenziato ancora di più la dimensione di responsabilità che accompagnava quel gesto: non una performance individuale, ma un passaggio di testimone tra generazioni, esperienze e discipline diverse.
Per me, che cerco di vivere lo sport a 360° e che amo scoprirne tutti i retroscena, era stato super emozionante già condividire gli spalti del Centro Acquatico Olimpico di Saint-Denis, con il padre di Domitilla Picozzi, atleta della Nazionale italiana di Pallanuoto, in occasione della critica sfida persa con gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Parigi 2024. Sentire i racconti di come le altlete stavano vivendo quel particolare momento, vedere la tenzioni su suo volto, esultare con lui ha reso la visione di quella partita ancora più emozionate. Sentire i racconti di Irene ed Elene e le loro storie all'interno della navetta che aveva il compito di lasciarci al nostro punto di partenza ha reso più più tangibili i valori che raccontiamo ogni giorno: impegno, disciplina, capacità di reggere la pressione.
Lo staff del Viaggio della Fiamma: una squadra invisibile
Dietro ogni tappa c’è un’organizzazione che ricorda da vicino quella di una grande competizione: staff tecnico, logistica, sicurezza, comunicazione. Il team del Viaggio della Fiamma è stato una presenza costante, discreta ma decisiva: gentilezza, chiarezza di istruzioni, attenzione alle esigenze di ciascun tedoforo.
È la “squadra invisibile”, persone che raramente finiscono nelle cronache, ma senza le quali la partita, o in questo caso la tappa, semplicemente non si giocherebbe. Parlare con loro nei momenti di attesa, ascoltare i retroscena delle tappe passate e le pianificazioni per quelle successive, ha reso tutto più umano e concreto: gli imprevisti, le correzioni in corsa, le soluzioni trovate insieme sono il lato meno narrato ma più autentico dello sport.
Da Gubbio a Siena: l’attesa del braciere e la metafora del traguardo
Aver corso al mattino mi ha permesso di arrivare a Siena in tempo per vivere l’attesa e il momento dell’accensione del braciere olimpico da parte dell’atleta senese paralimpico Matteo Betti. Guardare la fiamma entrare in città e salire verso il braciere è stato come assistere a una finale dopo aver giocato una piccola parte del torneo nelle prime giornate.
La figura di un atleta paralimpico a chiudere la tappa restituisce in modo chiaro una delle lezioni più forti dello sport: il talento è importante, ma è la capacità di superare limiti, pregiudizi e ostacoli a dare al gesto sportivo un valore che va oltre il risultato. In quel momento, tra le mura senesi, ho percepito lo stesso silenzio denso che precede un rigore decisivo: pochi attimi in cui una città intera trattiene il respiro.
Viola Meacci